Mangiare le emozioni

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Progetto “NEA: Nutrizione, Emozione, Allenamento”

Mangiare le emozioni

Conosciamo la fame?

Alla domanda «Cos’è la fame?», la quasi totalità delle risposte sarebbe «Un bisogno primario, un meccanismo biologico determinato da spinte istintive, sulle quali non si ha alcun controllo consapevole». In parte la risposta è corretta. Dico “in parte” perché dietro al senso di fame, vi sono tante motivazioni, ognuna di natura diversa. É quindi un fenomeno variegato e complesso,

Il senso di fame, infatti, nasce da una “motivazione base”, quella neurofisiologica, ma non dimentichiamoci delle altre variabili, ovvero la dimensione psicologica e sociale. Per questa sua natura multifattoriale, sarebbe quindi  più opportuno parlare di comportamento alimentare, piuttosto che di fame.

 

Alcuni comportamenti alimentari arrivano da molto lontano, dalla preistoria, dove alcuni fenomeni naturali come la siccità, le nevicate abbondanti e le migrazioni delle prede, mettevano a dura prova la sopravvivenza. Così l’uomo si vedeva costretto a accumulare scorte di cibo; era un pensiero fisso ed ossessivo (più che giustificato). Queste condotte sono rimaste nel nostro DNA, arrivando fino ai giorni nostri, dove la situazione socio-ambientale è completamente cambiata. Quelle condotte, quindi, non risultano più funzionali alla vita moderna.

Sarà capitato a chiunque, sopratutto da bambino/a, di non riuscire a terminare il pasto perché raggiunta la sazietà e sentirsi dire da una figura adulta:  «Finisci quello che hai nel piatto, non si butta il cibo. Altri bambini nel mondo hanno fame e non possono mangiare».

È facile capire che, per quanto altruistica possa sembrare tale affermazione, non è terminando la pietanza che si può combattere la fame del mondo; ciò che si potrebbe ottenere invece, è il rischio di sentirsi sgradevolmente sazi, per aver ingerito troppo cibo. In quella frase, che in un primo momento potrebbe apparire del tutto fuori luogo, vi è un pensiero ancestrale, che sopravvive da migliaia di anni; arriva dai nostri antenati e ancora condiziona la vita e la mentalità dei giorni nostri.

 

La fame chimica e emozioni

All’interno dell’ipotalamo, parte del cervello deputata alla regolazione della nutrizione, si possono distinguere due parti chiamate “centro della fame” e “centro della sazietà”, che, attraverso segnali propriocettivi, si attivano spingendo a mangiare oppure a smettere di farlo. Attività simile arriva dall’azione di due ormoni: grelina e leptina, che, con meccanismo pressoché analogo, gestiscono a livello fisiologico l’introito di cibo e nutrienti, seguendo il principio dell’omeostasi.

L’omeostasi, però, è del tutto teorica. Tali meccanismi fisiologici vengono spesso vinti da quelli psico-sociali, che con la loro forza e veemenza, svolgono una mediazione profonda.
Mi riferisco in questo caso a fattori ambientali, legati al contesto nel quale la persona vive, le usanze culturali, la reperibilità di un alimento piuttosto che un altro, le consuetudini. La famiglia, essendo “l’ambiente”  dove si cresce, dove si imparano le regole non scritte dell’assunzione di cibo (orari dei pasti, dimensioni delle porzioni, consumo di alimenti, eccetera). Sono tutte variabili, che costituiscono un bagaglio personale di cui spesso, non si è nemmeno del tutto consapevoli. Sono veri e propri condizionamenti che incidono su quello che è l’approccio nei confronti del cibo.

Forse vi stupirò nel dirvi che fino all’età di tre anni, ognuno ha la capacità di mantenere la vera e propria omeostasi, come se coordinati da un nutrizionista interno che dirigesse perfettamente l’introito calorico, senso di fame e sazietà. Tale capacità viene poi persa proprio a causa dei condizionamenti esterni, però vi sono altri elementi ancora più forti che hanno un forte impatto sul comportamento alimentare: le emozioni.

 

Nel mondo Occidentale, infatti, il cibo non è solo nutrimento ma anche emozioni. L’atto di mangiare è sempre più collegato alla capacità di dare piacere, o placare emozioni negative disturbanti. Molto spesso non si mangia per riempire il cosiddetto “buco nello stomaco” ma un vuoto nel cuore.

È questa la fame emotiva,  la “fame del cuore”, quella che interviene per nutrire le emozioni.

Il cibo, allora, diventa un antidoto, un anestetico che permette di non sentire quelle emozioni sgradevoli ed inaccettabili. Un anestetico che nell’immediato potrebbe sembrare utile ma che, in realtà, è solo un palliativo.

 “Il cibo non può in alcun modo soddisfare la fame del cuore,  perché il bisogno non è quello di nutrirsi ma di amore”

I “cibi -coccola”, identificati anche con il termine “comfort-food”,  non sono infatti un mistero.

Sarà sicuramente capitato a chiunque, da piccolo/a, di essere ammalato/a, anche di una banale influenza, e avere sempre qualcuno pronto a prodigarsi nel preparare con amore una pietanza buona, calda, confortante. Ed era quasi come se, da quel piatto potessi nutrirti di felicità, mangiando amore.
Ecco allora che, in tale cornice, il cibo assume funziona consolatoria.

Può assumere anche la funzione di “premio” e, come precedentemente scritto, tale associazione potrebbe arrivare dalla nostra infanzia, quando ad un compito ben riuscito seguiva, come “premio”, un gustoso gelato o una fetta di quella torta generalmente proibita.

I cibi- coccola sono anche tutti quelli che, per tradizione, si mangiano nei giorni di festa, insieme alla famiglia, e che, nella maggior parte dei casi, rimandano quindi a momenti felici. Sono però anche quelli che, per motivi sfuggenti alla coscienza, rappresentano emozioni positive e possono quindi “sostituirsi”ad esse.

Il cibo può assumere significati in base all’esperienza personale di ognuno ma alcuni alimenti sono “intrinsecamente confortanti”, essendo in grado di determinare la produzione delle cosiddette “sostanze del piacere” (ad esempio serotonina, soprattutto il cioccolato).  A livello cerebrale, inoltre si attiva un gruppo di strutture chiamato “sistema della ricompensa”; tutto questo grazie al potere gratificante del cibo, inteso come ricompensa primaria.

Associazioni quali: “cibo-premio” e “cibo-coccola”, una volta interiorizzate, saranno dormienti dentro di noi. Quando le emozioni come rabbia, tristezza, noia, paura, ansia, ma anche stress e preoccupazione, faranno calare le difese cognitive, lasciando che le emozioni prendano il comando, il cibo sarà utilizzato come conforto, come antidoto.
È nell’ordine della normalità utilizzare alcuni alimenti per le sue qualità appaganti e piacevoli, magari dopo una giornata di lavoro particolarmente stressante. È altresì normale, qualche volta, esagerare con il cibo, mangiando solo per il gusto di farlo piuttosto che per fame reale. Tutto ciò non deve però diventare un comportamento abituale, lo scudiero messo in campo ogni volta che si presentano emozioni spiacevoli da dover fronteggiare.

Tale comportamento, perché risulta disfunzionale e dannoso?
La motivazione di tale comportamento, ovvero un malessere, è prima avvertibile a livello psicologico e organico, in un secondo momento. Sicuramente ti starai chiedendo… «Com’è possibile che un comportamento messo in atto per fronteggiare emozioni negative determini malessere psicologico?».

Partiamo da un presupposto: tale atteggiamento è una risposta totalmente disfunzionale a un problema. È un po’ come assumere morfina per alleviare un forte dolore; è un semplice inganno.
Il dolore c’è, non svanisce, non è percepibile per un po’ ma quanto prima tornerà a farsi sentire.
La nostra mente è astuta. Non è con cibo dolce che possiamo ingannarla. Possiamo metterla a tacere per qualche minuto, qualche ora ma poi ci presenterà il conto… con gli interessi!

Sì, perché mangiare comfort-food non solo non è realmente confortante ma determina sentimenti di frustrazione, rabbia verso noi stessi, senso di colpa per avere ceduto alla tentazione (questi rappresentano gli “interessi” di cui ho accennato).

Come in un processo a cascata, ne soffrirà la percezione di noi in termini estetici. Intendendo… il “come ci si vede allo specchio”, ovvero la nostra immagine corporea. Di conseguenza, si correrà il rischio di non accettarci, scovando difetti dalle dimensioni spesso microscopiche, che divengono ben presto enormi, perché filtrati dalla lente del “rifiuto” del proprio corpo.
A tutto questo, si aggiungono poi i rischi relativi alla propria salute. L’obesità è una delle “malattie del benessere” tipiche dei tempi odierni, dove l’abbondanza di cibo, unita a disagi psicologici determinati dallo stress, formano un connubio rischiosissimo per la salute. Disponibilità di cibo ed emozioni negative, come binari, viaggiano parallelamente, portando i “treni” che li percorrono verso mete pericolose. Fortunatamente non sempre si arriva al capolinea (all’obesità), però si possono comunque raggiungere tante altre stazioni intermedie, che in certi casi sono meno pericolose, restando postazioni di allerta; parliamo, in questo caso, di sindrome metabolica, colesterolemia, diabete, sovrappeso. Patologie e condizioni frutto di stili di vita sbagliati e della spirale emozioni-cibo.

È quindi evidente che si avvia un circolo vizioso interminabile; la persona stressata tende a sfogare le sue pressioni sul cibo ma ben presto si renderà conto di non avere provveduto a fronteggiare lo stress nella maniera corretta e allora subentrerà il senso di colpa, la frustrazione, la visione distorta della propria immagine corporea, il “tanto ormai”, la rassegnazione. Poi, ancora emozioni negative e di nuovo il cibo come consolazione. E così via, all’infinito, entrando in una spirale senza uscita, fatta di stati d’animo e comportamenti che si susseguono, influenzandosi vicendevolmente. In questa spirale diventa difficile scorgere l’inizio; ogni punto può infatti rappresentare l’innesco. In tutto questo, non dimentichiamoci di lei, della fame della mente, quella che si fonda sui pensieri, sulle regole. Quella che è costituita da istruzioni, numeri e critiche. Cercherò di farti capire meglio cosa intendo, con qualche esempio:

1) «Ho letto sulla mia rivista preferita che bisogna bere solo latte vegetale, da adulti».

2) «Occorre mangiare 4/5 porzioni di frutta al giorno».

3) «Sono andata al ristorante e ho mangiato anche il dolce. Sono un fallimento».

È un tipo di fame, questa, creata ad arte dai pensieri, da quello che gli occhi leggono e le orecchie ascoltano; dalle convinzioni errate.
Impossibile non essere condizionati dalle mode alimentari, dalle “diete miracolose”. Nonostante spesso consapevoli dell’infondatezza e della non rilevanza scientifica, le informazioni penetrano comunque tra i nostri pensieri e rimangono lì, pronte ad influenzarli in maniera subdola e clandestina.
Si crea così terreno fertile fare nascere un rapporto conflittuale col cibo, talvolta costellato da vere e proprie “ossessioni alimentari”, che si inseriscono in un atteggiamento di auto-imposizione di ferree regole alimentari, che prevedono anche divieti assoluti di alcuni cibi. Ogni volta che tali regole non vengono rispettate – e quando le emozioni negative bussano alla porta, è molto probabile – si rischia di cadere nel baratro, nel circolo vizioso di cui prima è stato discusso.

La strategia per uscire dal circolo vizioso c’è!

La buona notizia però, è che con volontà e strategie è possibile uscirne. Come fare allora per non farsi inghiottire dal vortice emotivo?
Prima di tutto, occorre imparare a riconoscere la fame emotiva. Per farlo è necessario essere a conoscenza di quali sono le sue a caratteristiche.

1) A differenza di quella organica, la fame emotiva non è graduale e crescente ma improvvisa e urgente, con immediata necessità di soddisfacimento.

2) Si presenta come una vera e propria voracità verso il cibo e nella quasi totalità dei casi conduce all’abbuffata, portando a mangiare, in maniera incontrollata, grandi quantità di cibo in poco tempo, risultando quindi eccessiva rispetto le richieste fisiologiche.

3) Spinge a mangiare oltre alla sazietà, come a dovere colmare un vuoto paragonabile a una voragine ma senza trarne soddisfazione, anzi, provocando sensi di colpa, lasciando strascichi di rabbia, frustrazione, perché consapevoli di non avere controllato la quantità di cibo ingerito.

4) Infine, orienta verso i “comfort food”. La spinta a mangiare è difficilmente rivolta a frutta e verdura, quanto invece a precise categorie di cibi: grassi e zuccherini, poco nutrienti e ipercalorici.

 

Ora che l’abbiamo conosciuta meglio…vediamo come non rimanerne intrappolati. Ogni volta che senti fame, chiediti sempre, di cosa ho fame davvero? Di cibo? O di conforto?

Quando la risposta è il conforto, non utilizzate il cibo come palliativo, ma  imparate a  saziarvi d’altro.
Provate a riempire quel vuoto con persone, esperienze, emozioni positive. Non permettete alla noia di prendere il sopravvento sulla vostra vita.
Appassionatevi a qualcosa o lasciatevi appassionare. Riempite la vostra vita di interessi ed hobby, che possano aiutare ad allontanare la tristezza, qualora dovesse presentarsi.
Circondatevi di persone positive, coltivate le amicizie. Passate del tempo in compagnia; solo così potrete allontanare la solitudine. Cercate momenti di condivisione, di collaborazione.
Dedicatevi del tempo per attività ludiche e per prendervi cura della vostra persona. Leggete, scrivete, apprendete. Pensate come i saggi, che vivono nella convinzione di non sapere mai abbastanza.
Fate sport. L’ attività fisica adeguata è rimedio principe contro lo stress ma non solo; aiuta a mantenere uno stato di benessere e salute psico-fisica. Combatte la sedentarietà e di conseguenza, tutte quelle patologie ad essa correlate (ipertensione, sindrome metabolica, eccetera). Agisce positivamente a livello cerebrale, grazie all’azione delle endorfine e a livello organico, contribuendo a un miglioramento generale di varie funzioni. Aiuta a migliorare la vostra autostima e la vostra immagine corporea.
Qualora dovessero capitarvi “episodi di fame emotiva”, non incolpatevi  fermatevi a pensare. Provate ad interrogarvi: Perché sta succedendo? Quali emozioni mi stanno spingendo a mangiare? Individuare l’origine delle emozioni è fondamentale, perché è solo così che emerge il sommerso dell’iceberg, il comportamento nei confronti del cibo.

A cura di: Dott.ssa Rossi Veronica psicologa clinica specializzata in psicologia dell’alimentazione, dello sport e del benessere per il progetto NEA – Nutrizione Emozione Allenamento